Mettiamo che siate una giovane fanciulla, inesperta delle cose del mondo, e che colui che si fregia d’essere il vostro compagno decida – per ragioni diverse e forse addirittura contrastanti – di farsi carico dell’impegno di rendervi edotta riguardo a certi moventi, o a certi dettami, che regolano le dinamiche relazionali in ogni società che si rispetti. Come potrete non essere grata a costui, soprattutto allorquando vi troviate a considerare che, in effetti, egli provvede a questa vostra – come dire? – scolarizzazione tramite sistematici doni provenienti, come attesta l’involto che li contiene, dalla libreria della Stazione Termini? E’ esattamente in virtù di tale gratitudine che dovrete perdonargli la codardia, la viltà, il suo farsi schermo di parole altrui pur di non essere il diretto artefice del progressivo incrinarsi della vostra gioviale ingenuità. Egli delega, già, delega a un grazioso tomo dalla copertina color pastello* il compito di dilettarvi – laddove quest’onere spetterebbe a lui e a lui solo, seppur con facoltà di dedicarcisi con ogni parte della sua intera anatomia – e di dirozzarvi, così come quello di condurvi per mano per quei sentieri ascosi che sono le passioni che governano l’animo umano, e le misure e i giudizi che ne conseguono. Ma non potrete biasimarlo per questa debolezza passeggera: d’altronde homo sum, humani nihil a me alienum puto . Anche se siete femminuccia.
Lo so, non scrivo mai qua sopra, lo so, è una brutta cosa, ma che ci devo fa’? E’ un periodaccio infame e poi io mi annoio facile, infatti pure a Monteparnasso c’è quel poverello di Alessandro che sono mesi che langue a Partenope cercando di capi’ Sveva che fine ha fatto.
In compenso, però, ho ben pensato che, essendo perennemente stordita dalla puzza di medicine che gira dalle parti mie, tanto valeva sfruttare l’ebbrezza e divertirmi a fare una cosa che l’ho sempre voluta fare ma alla fine non l’ho fatta mai. Si chiama medicina 44, come i gatti in fila per sei col resto di due. Tanto lo so che pure quella non dura. Ma vabbè. E’ pur sempre un periodaccio infame, e io mi annoio facile.
Da quando ho cambiato coinquilina, anche la mia vita è cambiata. Essa, infatti, è una donna assai ordinata e precisa, in grande contrasto con la coinquilina precedente nonché mia migliore amica da una vita intera o quasi, il cui habitat naturale è prevalentemente costituito da ambienti che ricordano da vicino una distopia postatomica.
Dal momento in cui la nuova coinquilina, che chiameremo M. come Maniaca, ha cominciato a esercitare la sua nefasta e virulenta influenza in questa casa, ho:
sistemato la parete attrezzata nel corridoio, buttando una quantità invereconda di cianfrusaglie, e sistemandone altrettante in borsoni che andranno spediti nella casa parentale – centro nevralgico del Caos supremo, difatti la leggenda narra che a cercare nell’armadio a specchio dell’ingresso di casa dei miei è possibile rinvenire alcuni dei doni di benvenuto che vennero consegnati ad Adamo ed Eva dalla delegazione appartenente al regno animale. Sempre secondo la leggenda, il serpente regalò loro un iPad -;
comprato 7 (sette) scatole di cartone all’interno delle quali ho piazzato lenzuola, coperte e cuscini che finora s’erano salubremente impolverati sugli scaffali della mia cabina-armadio senza ante;
fatto per la prima volta a memoria di donna un cambio di stagione dei vestiti, e ogni volta che mettevo via uno dei miei graziosi abitini estivi lunghi che mi facevano sembrare una sciantosissima dea greca invece che la salamella ballonzolante in cui mi riducono i jeans invernali, versavo una lacrimuccia;
ridotto quello stanzino, che un tempo era orgogliosamente conosciuto come il motore generatore di entropia dell’Universo, a un luogo ove il pavimento è di nuovo interamente calpestabile senza il pericolo che le proprie caviglie vengano avvinte da un collant marrone 70 denari, e ove si può estrarre un maglioncino di cotone da una pila di ordinati consimili con la certezza di non incappare in strani miscugli di razze come costumi da bagno interi o leggings di lycra, un’oasi felice ove giammai si rischia di venire sepolti da una repentina frana di giacche inutilizzate dal 2004 che hanno finalmente deciso di ribellarsi alla generale indifferenza.
In tutto questo riordino, nel cassetto dei pigiami ho trovato un porta-cd (che se ora vi state chiedendo cosa ci faceva nel cassetto dei pigiami vuol dire che non avete capito niente di quello che ho scritto finammò), e dentro questo porta-cd ho trovato – chi l’avrebbe mai detto! – un cd. Con su scritto: per Alissa.
Si è aperto un mondo.
Alissa è la mia ex-nipotina, nel senso che essendo stata lasciata, quel dì di gennaio di molti anni fa, dal legittimo zio di Alissa, ho perso anche il mio status di pseudo-zia di Alissa. Però mi piaceva, essere la pseudo-zia di Sisotta: ero una grande accattatrice delle peggio munnezze dai colori pastello mai prodotte in giro. Ali da fatina, accrocchi per i capelli, bacchette magiche: bastava che una cosa fosse rosa o lilla o giallino scambiato, magari con un po’ di glitter sbrilluccicosi sopra, per farmi istantaneamente affiorare in mente le fatidiche parole “chissà-come-sarebbe-contenta-Alissa”. Non che ci vedessimo così spesso, però io mi divertivo assai a stare con lei. Tipo che andavamo in giro per il paese e giocavamo a perderci – che stessimo giocando era ovviamente quello che dicevo a lei per non farla shkantare che io mi ero persa veramente -, o che facevamo le bolle di sapone nel bagno, o che ci chiudevamo in cameretta e giocavamo a imitare un animale che poi l’altra doveva indovinare e lei una volta aveva messo tutti i libri dell’enciclopedia a terra a semicerchio e ci si era seduta in mezzo e aveva cominciato a emettere versi strani e io le ho detto “Ali’, questo proprio non l’ho capito”, e lei mi ha detto “ma sei proprio un Minollo rimbambito: è il pavone!”. Eccerto. Il pavone.
E quindi, niente, stamattina ho ritrovato il cd, e dentro c’è di tutto, da Carletto il principe dei mostri a Mestizaje degli Ska-P, e ho pensato: che peccato che non gliel’ho dato.
Che peccato che non ci vediamo più.
Chissà com’è diventata bella, e se ha messo su qualche chiletto, quella mazzetta di scopa secca secca che voleva somigliare a Stella delle uincs.
Chissà se, armeggiando col pennarello nero, riesco a trasformare quel “X Alissa” in un “X Alissalsiccia”, e chissà se poi la mamma di Salsiccia non mi appende per i piedi fuori dal balcone che gli regalo i cd con le canzoni da femmina.
Ce l' ho fatta. Sì, posso dire che ce l' ho fatta. Il letto è lì a tre passi da me e non mi pare vero. Mi sussurra parole dolci, ammicca, provoca. Ma voglio resistere. Almeno per cinque minuti. Immaginavo che sarebbe stata una giornata intensa, ma non pensavo così ricca di cose da chiedermi adesso come ho fatto a ficcarcele dentro tutte quante nell' arco di diciassette ore.
Quando compri i palloncini al negozio dei cinesi qua sotto e li vai regalando in giro a tutti i tuoi amici. Quando lanci uno di quei palloncini dal balcone del sesto piano e lo guardi cadere, piano piano, e poi atterra all’altro lato della strada, e una signora che passa gli dà un calcio, e un ragazzo che passa prima gli dà un calcio e poi lo raccoglie e se lo adotta (palloncino blu, come butta? come ti trovi nella tua nuova casa?)
Quando la tua amica tra una pausa e l’altra delle fratture del femore si fa le labbra finte col didò e sembra uscita mo mo dal programma di Maria De Filippi.
Quando c’è il romanzo di un tuo amico che l’hai letto che era ancora nella culla (il romanzo, non il tuo amico), stampato da un file word e divorato in una serata, senza riuscire a staccarti, seduta affianco al camino, e poi un sabato mattina di metà ottobre il tuo amico ti manda la foto della copertina del libro e pensi che è perfetta, non ce ne poteva essere una diversa da così, e sei felice perché non è che in libreria veramente ci mandano solo monnezza, ci mandano anche le fatine tondette, le favole che non sono favole per rassicurare, ma per parlare col loro linguaggio strano da favole alle parti delle persone che stanno in fondo, in un posto che nessuno sa bene dove stia.
Sottotitolo: riempitivi per il blog tanto tutto fa brodo.
AMICO:
no, ma veramente mi piace quello che hai scritto
io penso che le cose migliori escono fuori quando finisce un amore
MINO:
eh
che culo
guarda
mo quasi quasi dopodomani mi ri-innamoro
aspettando anima anima che ci lasciamo
così magari mi viene un’altra vena poetica
AMICO:
beh, è un’idea
c’è chi si droga o ubriaca per far venire l’ispirazione
tu ti fai spezzare il cuore
è un modo come un altro per lasciare un segno in questo mondo
MINO:
ma non potevo trovare l’ispirazione nella pasta e piselli?
era più facile
ogni tanto mi facevo pasta e piselli e tof! ispirata
AMICO:
eh
ma tu hai mai provato a scrivere nulla dopo una pasta e piselli?
magari funziona e non lo sai
MINO:
fra un mesetto provo
AMICO:
ti immagini quanti piattoni di pastasciutta sprecati?
MINO:
no
pastasciutta no
pasta e piselli
pastasciutta te la mangi sempre
non puoi avere ispirazione da una cosa così comune
se stai sempre ispirato, poi ti viene l’enfisema
Tu, oh, tu, acidità di stomaco che vieni a farmi visita prima di andare a dormire.
Com’è bello coricarsi con lo stomaco a posto, la coscienza quasi pulita e quel poco di zozzimma che è rimasto lo nascondi spingendolo col piede sotto all’amigdala.
Com’è bello che hai il letto matrimoniale col materasso nuovo e ti metti per obliquo e allarghi gambe e braccia che ti fai l’intervista da sola e dici: “che fai?” e poi ti rispondi con l’aria strafottente: “sto facendo la stella marina, ‘mbè?”.
Com’è bello che la versione di Barney te la leggi sdraiata comoda senza fare come l’altro giorno che siccome il libro è molto bello ti sei tanto calata a leggere che sei scesa 5 (cinque!) fermate dopo la tua dal trenino infatti quando hai alzato gli occhi hai pensato marò ma dove sto sono giunta a Khartoum e non me ne sono avveduta, io dovevo scendere a Dacca!
Com’è bello che dopo che passa il camion della munnezza è come un segnale: tacciono i grilli, tacciono le ambulanze, tacciono gli alcolizzati sotto alle mie finestre, e il mondo è ammantato di silenzio.
Ma tu, oh, tu, acidità di stomaco, grandissima scassacazzi, arrivi e rovini tutto con la tua pirosi retrosternale.
Io vorrei sapere chi ti ha mandata.
Se è stata la tizia della pizzeria con cui ho parlato al telefono ieri sera e che si è innervosita alla terza volta che ha dovuto ripetere, dille che se lei mi continua a dire “sono trentacinque e otenta” io sempre continuerò a capire che mi sta dicendo “sono trentacinque o trenta?” e sempre continuerò a chiedere “ma chi, sono trentacinque o trenta?”, e sempre lei perderà la pazienza, e sempre io pure.
Non è acidità: è che lei si deve imparare l’italiano. Oppure me lo dice in spagnolo: io sono disposta pure a sforzarmi per capirla. Ma no mezz e mezz.
Acidità di stomaco, quindi se proprio devi stare con me per contrappasso alla mia acidità con la tizia della pizzeria di ieri sera, fai che vai a stare un poco pure con lei.