Alla cantina c’erano Narduccio Candela, Bocienzo Ciucciamorta e Titto Vurpacchio.
Il fatto che Narduccio non lo poteva vedere a Bocienzo da quando gli aveva venduto la ciuccia per buona - e invece quella teneva le gambe frecate - lo sapevano tutti, non era cosa nuova. Ma quella sera capace che il vino di zi’ Martmeu era meglio del solito, perché tutti e tre erano andati a finire, con un sì e con un no, con la mano all’orecchia prima ancora di cena.
“Purtuttavia…” azzeccò a dire Narduccio facendo segno con la balestra* aperta verso Bocienzo ”avrei dovuto presagirlo dall’aspetto emaciato dell’asina, che l’affare che mi stavate propinando non era dei migliori. Ma ingenuità mi colse, e cedetti alle mendaci lusinghe vostre, uggioso vecchio”.
Aeh, pensò Titto Vurpacchio, e dalli n’altra volta con ‘sta storia della ciuccia. Ma si stette zitto, e continuò a spapocchiare con la matita da muratore su uno dei fogli vecchi di giornale che zi’ Martmeu usava per arravogliarci dentro le uova.
“La perseveranza con la quale vi ostinate ad affastellar fandonie sul mio conto mi lascia basito, Leonardo. Ma credo sia giunto il momento di dirimere la diatriba di un tempo”. Narduccio si era alzato in piedi, annacandosi avanti e indietro tanto dal vino che si era calato.
“Per una volta mi trovate d’accordo con voi, don Vincenzo. Propongo di nominare il qui presente Giambattista Volpe arbitro delle nostre questioni, se egli vorrà avere la bontà di abbandonare per qualche fuggevole istante il suo esercizio calligrafico ”.
Titto Vurpacchio nella vita sua la cosa più grossa che gli era capitata era stata che tre anni prima il capomastro dell’impresa Mecca – dove faticava lui – l’aveva passato da manovale a operaio (che comunque lui aveva pure la terza elementare, mica era il più fesso dei fessi). Ti pare mo che non acchiappava al volo un’occasione come quella, di sentirsi importante? Pure che a lui della ciuccia, di Narduccio e di quel tagliato di Bocienzo non gliene fotteva n’acino d’uva.
“Ebbene, dunque, procediamo senza troppi fronzoli. Io pronunzierò un giudizio, e zio Bartolomeo sarà poi chiamato a delibare la mia sentenza. Leonardo, stavolta e per tutte, come fu che aveste a lamentarvi dell’acquisto fatto da don Vincenzo?”
E chi glielo doveva dire, a zi’ Martmeu, che proprio nella sua cantina si doveva risolvere quel fatto della ciuccia, che erano anni che separava famiglie e guastava contratti già appattati? Giustamente, appizzò le orecchie.
“Andò così: che io mi ero recato di buon mattino alla fiera, e subito fui attirato da quel perfido vecchio con moine e leziosità nei pressi della sua asina; e me la vendette senza indugio, dopo lunghe e sconclusionate raccomandazioni”
“Sconclusionate! Dovrebbe piuttosto mostrarsi contrito, giacché, se egli non avesse ceduto alla narcisistica improntitudine tipica della giovinezza, ben altro orecchio avrebbe porto a ciò che andavo dicendogli. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. A Bocienzo gli erano sempre piaciuti i proverbi.
“Tagliate corto con queste vostre scuse stantie! Foste o non foste voi a dirmi, quel mattino, che l’asina godeva d’eccellente salute fisica, ma che l’unico suo difetto era di soffrire di fugaci amnesie? Quando poi, non appena l’ebbi alla cavezza, essa si piegò sulle ginocchia e rimase ferma a terra! A gran fatica la rialzai, ma non feci a tempo a dar due passi che cadde nuovamente”. E con questa persino quel povero Cristo di Titto cominciò a guardare Narduccio con la faccia brutta.
“Non nego, non nego nulla. Ma giustappunto, mio buon amico, vi dissi che l’animale era amnesico. Difatti quella brava bestia dimenticava di esser già caduta, e cadeva di nuovo”.
Zi’ Martmeu, che aveva capito la suonata, si avvicinò con un grembiale pieno di roba, e lo calò sul tavolo: una grandinata di coltelli da prusutto, coltelli per il legno, lime da forgiaro, balestre nuove e spuntate. Gli ‘mbriaconi lo guardarono con due occhi tanti.
“Orbene, compari, delle vostre ciance ne ho le tasche piene. Risolvete la questione da uomini: a voi i coltelli, tiratevi pure fuori gl’intestini.” E se ne uscì, chiudendoli a chiave dentro alla cantina.
Fuori faceva un freddo ghiaccio, e li aveva lasciati là dentro senza manco uno stozzo di legna da appicciare per passare la notte. Che poi, bisogna pure vedere se restano vivi, pensò.
Ma la mattina appresso, quando andò ad aprire il negozio, li trovò tutti e tre sul pavimento, abbracciati stretti stretti per riscaldarsi. E da allora, ringraziando a Maria, la storia della ciuccia nessuno l’ha nominata più.
* La “balestra” è un coltello a serramanico tipico, con la lama affilata da tutti e due i lati, “a foglia d’ulivo”.