Di solito funziona così: in camera mi tengo i libri che ancora devo leggere, divisi tra mensole, libreria affianco al letto, espositore, cassettiera, braccioli del divano e pavimento. Fuori dalla camera invece, nella libreria grande, ci tengo i libri che ho già letto (oppure quei pochi che per dimensioni, forma o aura particolare mi sembrerebbe scomodo tenermi troppo tra i piedi).
Di solito uno certi resoconti, o certi riavvii, se li dovrebbe fare a capodanno. Oppure in autunno, a fine settembre che è il vero inizio dell’anno nuovo, pure se ufficioso. Difatti è strano che qualcosa che mi sta tra la pancia, le mani e gli occhi abbia deciso di farlo proprio di questi tempi, ma è capitato così e io, dopo aver fatto finta di niente per un paio di settimane, dopo aver pestato i piedi e tirato mozzichi velenosi a qualunque cosa mi capitasse a tiro per un’altra ventina di giorni, mi sono dovuta per forza rassegnare. Allora ho posato di lato quello che dovevo fare, gli ho raccomandato di non pigliare troppa polvere, e mi sono messa a guardare le tende che facevano danze esotiche, ho acceso l’incenso, ho tirato affondi seri alla catasta di libri che ho comprato ultimamente, il ciclo è venuto quando gli è parso, poi è sparito senza avvisare ed è tornato, sempre ai comodi suoi; per dire che ho perso pure il controllo su quanto, quando e come potevo o dovevo essere femmina.
Intanto ero sempre là, tra il fumo d’incenso e le tende che se mi ci mettevo in mezzo potevo giocare a fare l’odalisca, senza muovermi di un passo e neanche una virgola: né per vero né per metafora insomma.
Da stamattina, non ho fatto altro che leggere: ogni tanto mangiavo un pezzo di cioccolato scurissimo e amaro, andavo in bagno, e poi tornavo a leggere, e così ho fatto fuori quasi cinquecento pagine. Quando sono andata a posare il libro di là, nello scaffale della libreria grande che gli spettava, ho visto un pezzetto di carta spuntare tra Delitto e Castigo e Il pendolo di Foucault. Ho tirato fuori, con delicatezza, usando solo pollice e indice. E poi ho sorriso. E’ un biglietto del treno di quasi tre anni fa. Me lo ricordavo, mi ricordavo che avevo il fiatone alla stazione, ché quella partenza l’avevo decisa alle undici della sera prima, mi ricordavo il brivido del mare tra un pezzo di galleria e l’altro, le Cinque Terre, la stazione di Genova e poi la nebbia fitta del Piemonte, mi ricordavo le piazze e le luminarie già di Natale, lui che era venuto lo stesso a Porta Nuova anche se aveva giurato che non ci sarebbe stato, ché ero una pazza e una testarda e una prepotente, il giro turistico col mio trolley al seguito: “non devo rimanere per forza, volevo solo dirti ciao come si deve, non per telefono, se non mi vuoi qua stanotte riportami alla stazione, vado a dormire a Milano”. Mi ricordavo di quanto potessi essere stata scema, di quanto sono stata capace a essere scema, per amore. E’ una china molto pericolosa, un bordo sottile e affilato che uno rischia di tagliarsi, se non ci sta attento: puoi cadere facile facile nel vittimismo, pensare a quante energie uno spreca nei mesi e negli anni. Invece, mentre tenevo il biglietto in mano continuavo a sorridere perché quella dello spreco è solo un’illusione ottica, una buona scusa, e per esempio io da quel viaggio in particolare ci ho guadagnato vino rosso, e poesie, e la luce fortissima che fanno le supernove subito prima di esplodere.
E’ tutta una questione di fiducia.